5 maggio 1821

La Tempête/ maggio 3, 2017/ Storia

Notte agitatissima. Napoleone è sempre in delirio; parla a stento e pronuncia parole inarticolate, l’ultima è “Tête….Armé….” poi più nulla. Ho l’impressione che la vita sia cessata; ma a poco a poco il polso riprende: Napoleone vive ancora.(….) Lo stato agonico con contratture spasmodiche all’epigastro, profondi sospiri, lamenti, movimenti convulsi, strazianti singhiozzi, si prolunga sino alle quattro; alle cinque e undici minuti, le pupille del morente restano fisse e diventano opache; il polso si fa sempre più debole, le labbra si coprono leggermente di schiuma. Il martirio è terminato. Napoleone non è più.

Emmanuel de Las Cases, Memoriale di Sant’Elena, 1823

Il 4 maggio Napoleone fu tormentato da un prolungato singulto e la sera comincio a delirare, invocando il nome del figlio. Il giorno seguente, sabato 5 maggio 1821, dopo una mattinata ventosa e tempestosa, il cinquantunenne ex imperatore sospirò tre volte a lunghi intervalli, e poi morì alle 17.49, subito dopo il colpo di cannone che sull’isola annunciava il tramonto. “Il più potente soffio di vita che abbia mai animato argilla umana”, come lo aveva definito Chateaubriand, si era estinto.

Andrew Roberts, Napoleone il Grande, 2014

Quanto a Napoleone, egli navigava verso Sant’Elena dove gli alleati avevano deciso di deportarlo. Questo tragico esilio in un’isola lontana, sperduta, sotto il sole equatoriale, in mezzo all’Oceano, finì di dare al suo destino quel romantico prestigio che sempre sedurrà l’immaginazione degli uomini. Esso contribuì inoltre a far sorgere la leggenda che trasfigurò la sua funzione storica. Martire dei re, egli ridivenne per la Francia l’eroe della nazione rivoluzionaria. Se essi lo tenevano prigioniero, non lo facevano soltanto perché bastava il suo nome a incuter loro paura: essi si vendicavano del soldato parvenu che aveva osato farsi dare in moglie un’arciduchessa. Egli stesso, con un ultimo lampo, e non il minore, del suo genio, dimenticò, dettando le sue memorie, tutto ciò che la sua politica aveva avuto di personale, per restare unicamente il capo della Rivoluzione armata, liberatrice dell’uomo e delle nazioni, che, con le sue mani, aveva deposto la propria spada. il 5 maggio 1821 i suoi occhi si chiusero per sempre.

Georges Lefebvre, Napoleone, 1953

IL CINQUE MAGGIO
ode
 

Ei fu. Siccome immobile,
Dato il mortal sospiro,
Stette la spoglia immemore
Orba di tanto spiro,
Così percossa, attonita
La terra al nunzio sta,

Muta pensando all’ultima
Ora dell’uom fatale;
Nè sa quando una simile
Orma di piè mortale
La sua cruenta polvere
A calpestar verrà.

Lui folgorante in solio
Vide il mio genio e tacque;
Quando, con vece assidua,
Cadde, risorse e giacque,
Di mille voci al sonito
Mista la sua non ha:

Vergin di servo encomio
E di codardo oltraggio,
Sorge or commosso al subito
Sparir di tanto raggio:
E scioglie all’urna un cantico
Che forse non morrà.

Dall’Alpi alle Piramidi,
Dal Manzanarre al Reno,
Di quel securo il fulmine
Tenea dietro al baleno;
Scoppiò da Scilla al Tanai,
Dall’uno all’altro mar.

Fu vera gloria? Ai posteri
L’ardua sentenza
: nui
Chiniam la fronte al Massimo
Fattor, che volle in lui
Del creator suo spirito
Più vasta orma stampar.

La procellosa e trepida
Gioia d’un gran disegno,
L’ansia d’un cor che indocile
Serve, pensando al regno;
E il giunge, e tiene un premio
Ch’era follia sperar;

Tutto ei provò: la gloria
Maggior dopo il periglio
,
La fuga e la vittoria,

 

La reggia e il tristo esiglio:
Due volte nella polvere,
Due volte sull’altar.

Ei si nomò: due secoli,
L’un contro l’altro armato,
Sommessi a lui si volsero,
Come aspettando il fato;
Ei fe’ silenzio, ed arbitro
S’assise in mezzo a lor.

E sparve, e i dì nell’ozio
Chiuse in sì breve sponda,
Segno d’immensa invidia
E di pietà profonda,
D’inestinguibil odio
E d’indomato amor.

Come sul capo al naufrago
L’onda s’avvolve e pesa,
L’onda su cui del misero,
Alta pur dianzi e tesa,
Scorrea la vista a scernere
Prode remote invan;

Tal su quell’alma il cumulo
Delle memorie scese!
Oh quante volte ai posteri
Narrar se stesso imprese,
E sull’eterne pagine
Cadde la stanca man!

Oh quante volte, al tacito
Morir d’un giorno inerte,
Chinati i rai fulminei,
Le braccia al sen conserte,
Stette, e dei dì che furono
L’assalse il sovvenir!

E ripensò le mobili
Tende, e i percossi valli,
E il lampo de’ manipoli,
E l’onda dei cavalli,
E il concitato imperio,
E il celere ubbidir.

Ahi! forse a tanto strazio
Cadde lo spirto anelo,
E disperò: ma valida
Venne una man dal cielo,
E in più spirabil aere
Pietosa il trasportò;

E l’avviò, pei floridi
Sentier della speranza,
Ai campi eterni, al premio
Che i desidéri avanza,
Dov’è silenzio e tenebre
La gloria che passò.

Bella Immortal! benefica
Fede ai trionfi avvezza!

Scrivi ancor questo, allegrati;
Chè più superba altezza
Al disonor del Golgota
Giammai non si chinò.

Tu dalle stanche ceneri
Sperdi ogni ria parola:
Il Dio che atterra e suscita,
Che affanna e che consola
,
Sulla deserta coltrice
Accanto a lui posò.

Alessandro Manzoni, 1823